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Kitchen

22 settembre 2015
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Primo romanzo di respiro internazionale della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto che l’ha consacrata ad un vasto pubblico di lettori, Kitchen offre un modo personale e allo stesso tempo originale di interpretare la visione della cucina come spazio da vivere e da condividere.

A seguito di un lutto familiare importante, la protagonista Mikage è accolta un po’ inconsapevolmente da una nuova famiglia che con lei non ha nessun legame di parentela, ma che ben presto scopre di essere a loro legata attraverso l’ambiente offerto dalla cucina, da alcuni momenti di raccoglimento interiore nei quali si trova immersa a sua insaputa insieme a Eriko, e soprattutto a Yuichi, preparando centrifughe, bevendo tè bollenti, gustando la colazione seduti sul pavimento.

La cucina vista non come strumento veloce ed indispensabile per colmare le necessità alimentari di ogni giorno, ma come atmosfera intima della quotidianità, e non per questo descritta banalmente, persone quasi sconosciute che riescono a raccontare e rivelare parti profonde di se stesse davanti ad un piatto di ramen, pochi metri quadri che uniscono tre anime liberando emozioni e sentimenti nella più totale naturalezza e semplicità.

Con un glossario finale in cui sono riportati rimandi al testo di alcuni piatti tipici della cucina giapponese (oden, nikuman, tanuki soba, katsudon, …), per quanto sintetico riesce a stuzzicare la curiosità su una tradizione culinaria che va oltre ai più conosciuti sushi e sashimi e che vale la pena di scoprire e provare.

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.

Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile, le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.

Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.

Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi.

Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.

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