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I want more life, Father!

29 giugno 2015

Roy Batty rivolge queste parole, con forza, al suo artefice, Tyrell, in una memorabile scena di Blade Runner.

Tyrell:

What seems to be the problem?

Roy:

Death.

Tyrell:

Death. Well, I’m afraid that’s a little out of my jurisdiction, you…

Roy:

I want more life, fucker (father).

Da sempre l’uomo cerca un modo per vivere di più su questa Terra. Gli antichi pensavano che qualsiasi cosa fosse di colore rosso come il sangue avrebbe protetto dalla morte. Certo, sembra l’idea di un bambino, ma a pensarci bene, la mela al giorno che leva il medico di torno – e questo lo conferma anche la scienza – è proprio di colore rosso.

Cipolla e birra contro la morte?

Gli Egizi proponevano di unire mezza cipolla alla schiuma di birra per ottenere quello che definivano un delizioso rimedio contro la morte, capace di purificare il corpo da tutte le malattie. Parliamo di credenze che risalgono al 1500 a.C.

A quell’epoca, le malattie che risultavano inspiegabili venivano considerate come qualcosa di magico, derivante dall’influsso di qualche divinità. Una sorta di residuo di queste convinzioni è ancora presente in alcune culture, anche presenti, se pensate al malocchio della tradizione popolare contro il quale un portafortuna è d’obbligo. Gli antichi Romani non erano da meno. Quelle che ancora oggi chiamiamo le crisi comiziali e cioè le crisi epilettiche derivano il loro nome dal fatto che se si verificavano nel corso di un’adunanza, di un comizio, ne causavano l’interruzione perché considerate di cattivo auspicio e la stessa epilessia era nota come la malattia sacra.

A chi il merito di aver desacralizzato la medicina?

Sicuramente ne avrete almeno sentito il nome. Si tratta di Ippocrate!

La sua opera è stata, senza dubbio, rivoluzionaria. Per la prima volta, il medico osserva il paziente e ne descrive i sintomi come espressione di condizioni legate all’uomo e non ad una qualche divinità. Mentre alcune delle sue deduzioni erano frutto di associazioni errate, altre, invece, risultano tuttora valide .

Di recente, ho letto un’aforisma sulla gotta, un tipo di artrite:

Il giovane non si ammala di gotta prima della maturità sessuale, la donna non si ammala di gotta prima della menopausa, gli eunuchi non si ammalano di gotta né diventano calvi.

E’ tutto vero. Esiste una precisa relazione tra la gotta e il sesso e l’età.

Dunque, Ippocrate è stato “un grande” ma, alla fine, il suo pensiero si basava su una teoria che, pur avendo poi influenzato la medicina per molto tempo, rappresenta il pilastro più debole della sua eredità. Mi riferisco alla teoria degli umori. In breve, lui afferma che la salute derivi dall’equilibrio tra quattro umori base del nostro organismo, e cioè:

  • il sangue
  • la bile gialla o collera
  • la melanconia o bile nera
  • la flemma

Ciascuno di essi può prevalere sugli altri, entro dei limiti fisiologici, nel corso del giorno, nelle varie stagioni e nelle varie età dell’uomo.

Secondo Ippocrate, lo stato di malattia deriva dal prevalere, in eccesso, di un umore sull’altro. Cosa significa questo?

Che il confine tra normalità e patologia dipende da un criterio puramente quantitativo, e quindi anche il trattamento da attuare si basa su un principio quantitativo.

Galeno, che riprese questi concetti, usava i salassi per rimuovere l’eccesso di sangue precisamente calcolato in base a caratteristiche del soggetto e ad altri fattori ambientali.

Cosa rimane oggi di questa idea degli umori? Ben poco, soltanto alcune espressioni di uso comune come essere giallo dalla rabbia. il collerico, infatti, era colui in cui prevaleva la bile gialla.

Ma di questa teoria faceva parte un altro concetto molto più interessante, quello sulle res non naturales ossia le cose non naturali, non intrinseche all’uomo, che possono essere scelte dall’uomo per preservare il proprio stato di salute. Queste cose sono:

  • sonno e veglia
  • esercizio e riposo
  • fame e sete
  • replezione e deplezione
  • moti dell’animo
  • cibo e bevande

Quanto sono moderni e attuali questi concetti quando si parla dell’importanza dello stile di vita nella promozione della salute e nella prevenzione delle malattie?

In sintesi, tutto questo per parlare di cosa?

L’eziologia delle malattie e la loro prevenzione, il concetto di salute e la sua promozione.

Primo punto: La parola eziologia definisce i fattori che causano una patologia. E non sono gli squilibri tra gli umori.

Alcune malattie hanno una causa singola e ben definita, come per esempio le infezioni oppure determinati deficit genetici.

Altre riconoscono molteplici cause – la cosiddetta eziologia multifattoriale . Classicamente sui libri di medicina si legge che in un soggetto geneticamente predisposto agiscono dei fattori scatenanti esterni. Basti pensare al diabete, alle malattie reumatologiche, e tante altre. Si tratta dei cosiddetti fattori ambientali che spesso corrispondono proprio a quelle res non naturales di cui già parlava Ippocrate. Tra questi, certamente, uno degli aspetti più rilevanti e dibattuti è quello sull’alimentazione.

Pensate che sul web ho trovato ventiquattro modelli di dieta differenti, tra cui una basata sui gruppi sanguigni, un’altra basata sulla diversa capacità di assorbimento degli alimenti nelle varie ore del giorno.

C’è poi anche chi propone un approccio “biochimico”.

Qualche anno fa, una startup americana ha creato una specie di pappa che contiene l’esatto quantitativo dei nutrienti di cui ha bisogno il nostro corpo, definita come semplice, salutare e conveniente. Si vende su internet in quantità adatte a due o quattro settimane, per la “gioia” dei nostri muscoli masticatori, ma soprattutto a discapito del piacere di mangiare, magari in compagnia

Secondo punto: Che cos’è la salute?

Non può essere certamente definita come l’assenza di malattia.

E questo che a noi probabilmente sembra scontato, in realtà, è un concetto al quale si è arrivati soltanto in tempi recenti, esattamente nel 1948, quando l’OMS fornisce l’attuale definizione della salute come:

Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità.

Nasce un nuovo orientamento della medicina volto a curare il malato, oltre alla malattia, cioè diventa necessario riconoscere i bisogni del malato connessi alla sua storia e al suo vissuto, al di là della patologia. Questo, per esempio, è fondamentale nell’approccio alle persone con problemi psichiatrici dove il colloquio si basa proprio sulla capacità di empatia del medico verso colui che ha davanti. È importante evitare atteggiamenti inquisitivi, commenti che possano esprimere disaccordo o meraviglia verso ciò che viene detto e intrusioni in aspetti della vita del paziente verso i quali egli si mostra meno restio a parlare. In pratica, si possono conoscere tutte le linee guida e le pubblicazioni scientifiche del mondo ma senza lo strumento prettamente umano del sapere comunicare con una persona e ascoltarla, si possono perdere aspetti importanti della relazione col paziente a partire dall’anamnesi, la raccolta delle informazioni con cui nasce ogni visita medica.

Come viene espressa l’idea di salute nell’immaginario collettivo?

Alcuni la identificano come possibilità, libertà di fare qualsiasi cosa senza impedimenti, altri come un modo di vivere improntato alla moderazione, alla ricerca dell’armonia con se stessi e con gli altri, altri ancora, in modo più utopistico, come felicità.
Per quanto la stessa definizione dell’OMS possa risultare utopistica, essa ha rappresentato il punto di partenza per un nuovo modo di promuovere la salute che coinvolgesse i governi a vari livelli oltre a quello sanitario, proprio nella nuova ottica della salute come unità fisica-mentale-sociale.

Come misurare lo stato di salute di un popolo?

Chiaramente diventa necessario capire quanto questa attività globale di promozione della salute sia efficace e per farlo si utilizzano degli strumenti precisi, cioè gli Indicatori Sanitari di Base dell’UE (ECHI). Si tratta di una serie di dati così suddivisi:

  • indicatori dello stato di salute: mortalità, disabilità, morbosità
  • determinanti di salute: fattori di rischio biologici e comportamentali, stile di vita
  • indicatori dei servizi sanitari: uso dei servizi sanitari, procedure chirurgiche, pratiche mediche

A questi indicatori si aggiungono quelli relativi alla situazione demografica e socioeconomica ( popolazione, tasso di natalità, disoccupazione) e quelli relativi agli interventi di promozione della salute per esempio in ambito politico.

Ma alla fine cosa incide di più sulla salute del cittadino e sulla sua longevità?

E così ritorniamo al punto di partenza. Come possiamo vivere più a lungo su questa terra? Beh, secondo diversi studi, i fattori più importanti sono proprio: gli stili di vita e i fattori socioeconomici – davvero i soldi non fanno la felicità? – che, insieme, contribuiscono per il 40-50%; le condizioni dell’ambiente e lo stato per il 20-30%; l’eredità genetica per il 30% circa.

Ora, su quest’ultima non possiamo incidere, ma possiamo certamente incidere sullo stile di vita e fare tutto quello che, in parte, già ci diceva Ippocrate insieme a quello che oggi ci viene suggerito e cioè seguire preferibilmente una dieta mediterranea, fare attività fisica regolare, dormire a sufficienza, evitare il fumo, non bere troppo.

Ma per molti questo significa non vivere in libertà e quindi che senso avrebbe poi vivere più a lungo? A ciascuno la sua risposta.

Io in questi casi penso a mio padre che nel corso delle grandi abbuffate, a chi gli dice di limitarsi con dolci e grassi, risponde:

E ‘na manera aggia murì!

Eh si, in qualche modo devo pur morire!

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